Recensioni e critica

Rivista FIDA, marzo 2015
Intervista a Diego Bridi
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Maurizio Scudiero

Seguo indirettamente Diego Bridi da almeno quindici anni, cioè da quando vidi alcune sue opere alla rassegna “Il Colore Trentino” a Marano d’Isera, nel 1991. Devo dire che già allora quei suoi paesaggi solari, nitidi, ma allo stesso tempo non proprio realistici, mi avevano colpito. Poi lo rividi nel 1994, al Premio di pittura biennale di Volano, che appunto vinse in quell’occasione. E poi, via via, me lo sono spesso ritrovato di fronte in altre mostre collettive che andavo visitando, da Trento e sobborghi, alla Vallarsa, al premio Segantini di Arco, alla Val di Sole, ma a volte anche fuori regione, come nel Rovigoto, quando, dopo aver presentato una mostra nel Ferrarese, passai per una collettiva dove pure lui esponeva le sue opere, immediatamente riconoscibili. Questo, per dire che Bridi è un artista attivissimo, con una lista di partecipazioni molto lunga. Un attivismo espositivo che trova un puntuale riscontro in un analogo attivismo produttivo. Bridi lavora incessantemente, sia alla sua pittura, sia soprattutto al disegno, che è lo scheletro, l’ossatura di ogni dipinto. Ho visto decine e decine di questi suoi disegni stesi a penna, con tratto nervoso e dinamico, e sono di una piacevolezza unica. Nel senso che possono essere benissimo “anche” disegni preparatori, o studi per dipinti, ma sono comunque opere finite in sé e per sé, opere autonome, che vivono di vita propria e che si sostanziano già nell’ambito del bianco-nero. Lo scoprire, poi, che l’autore di simili disegni sia anche un colorista di prim’ordine è un’ulteriore sorpresa per chi, ad esempio, veda i suoi acquerelli ed i dipinti solo dopo aver visto i suoi disegni. Infatti, laddove nei disegni il segno è fitto e “costruisce” l’immagine, negli acquerelli diviene invece solo un’esile traccia di contorno che poi nei dipinti si amalgama spesso alla forma-colore. Tutto ciò è funzionale soprattutto ai lavori sul tema del Paesaggio, sebbene Bridi non si neghi ad esercitazioni sulla Natura Morta o sulla Figura, spesso ritraendo quei manichini un po’ metafisici che si usano nelle accademie di belle arti per studiare le posture del corpo umano. Ma, ripeto, il Paesaggio è il nucleo centrale della sua produzione, non solo in termini quantitativi, ma anche e soprattutto per quanto attiene agli esiti formali. Nel Paesaggio, infatti, e specialmente in quello sul tema delle vedute urbane, dei vecchi centri storici, meglio se “arrampicati” su colline, Bridi dà il meglio di sé, proprio perché riesce a “trasfigurare” una visione ottica in una rappresentazione quasi onirica e simbolica. E questo perché Bridi opera di fatto una “traslazione” dall’ambito di una visione realistica verso l’area della pura “percezione” sensoriale, cioè rielaborando quella visione del vero secondo le proprie sensibilità estetiche. Questa visione ottica, fatta di piani prospettici, di luci e di ombre, di profondità, e perciò di distanze reali, diviene allora una specie di griglia cromatica, come un patchwork, che le tinte solo apparentemente piatte (uno sguardo più ravvicinato evidenzia l’esistenza di un’orditura) traspongono su di un piano quasi bidimensionale (a seconda dei periodi creativi) e comunque la assimilano all’idea del mosaico, costruito, appunto, di tante tessere colorate. Da tutto ciò, i Paesaggi di Bridi assumono un’aura di disincantata atemporalità, un’aura che li distanzia da ogni tempo e luogo, facendoli divenire, per l’appunto, Paesaggi fuori dal tempo, Paesaggi di sogno, Paesaggi del desiderio. E’ dunque un approccio quasi poetico quello che ne esce, proprio perché estremamente poetica è la gestione di questa trasposizione dal reale all’onirico. Quest’attitudine non cambia anche quando le modalità sono meno optical, cioè anche quando l’esito figurativo rimane per larghi tratti ancorato ad una “visione del reale”, quando cioè permane una visione prospettica, quando è percepibile anche un “senso del volume”. E questo è possibile grazie ad un’ulteriore coordinata, che sin qui non ho citato, e cioè quella del Colore. Il Colore è, nell’economia del lavoro di Bridi, l’alter-ego sostanziale e funzionale a quell’orditura compositiva, per ottenere quell’effetto straniante sopra descritto. Non si sarebbero potuti ottenere tali esiti così felici ed a volte eclatanti se il Bridi fosse stato solo un abile “manipolatore” di segni e forme, oppure se, invece, avesse avuto un “altro” senso del colore. Proprio perché è stato l’incastro perfetto di queste modalità formali con la sua particolare sensibilità cromatica che ha dato corpo a quella che possiamo ben definire l’arte di Diego Bridi, cioè quell’imprinting stilistico che, come ho detto più sopra, lo fa riconoscere immediatamente tra tanti. Mi riferisco, in sostanza, a rapporti di “tono”, cioè di “temperatura-colore” e di “contrasto-cromatico”. Si tratta di accorgimenti che Bridi ha fatto suoi e che egli usa e dosa per ottenere, di volta in volta, esiti del tutto differenti, come ad esempio passare da effetti bi-planari a profondità simulate e coesistenti nell’ambito della stessa opera. Voglio dire che aggiungendo questi accorgimenti cromatici, e pur operando con quelle modalità formali bidimensionali, Bridi riesce a creare “comunque” una profondità illusoria proprio grazie alla “temperatura” del colore. E’ il caso di tanti Paesaggi dove ad un primo piano sull’orditura architettonica di un paese risolta nella maggior parte dei casi sulle calde tinte di un tramonto, fa da sfondo una pianura fortemente sbilanciata sui freddi toni del verde, dell’azzurro o anche del viola. A volte anche nelle composizioni di figura Bridi usa questi accorgimenti, come ad esempio nel caso di una ballo di maschere che vive nella scansione longitudinale, dall’alto al basso, “segnata” dai toni freddi delle maschere che stanno a destra in opposizione ai toni caldi di quelle che invece sono a sinistra. Quale che sia l’ambito applicativo, ciò che è importante capire, è che Diego Bridi ha ben delineato i tratti “distintivi” della sua arte, in ossequio a quel fil rouge che ha attraversato tutta l’arte del secolo XX: e mi riferisco alla “riconoscibilità”. Si tratta di un “tratto” essenziale in quanto distingue, come una griffe, un’artista dall’altro, al di là della bravura tecnica, proprio perché è “l’idea”, il “concetto”, che fa la differenza nell’arte contemporanea. Ma questo ci dice anche, contrariamente a quanto certa critica sprovveduta sentenzia a torto, che pure un’arte “figurativa” può essere “concettuale”. Si guardi, ad esempio, al lavoro di Salvo, alle sue tinte “stranianti”, che pongono immediatamente i suoi paesaggi esotici “distanti dalla realtà”, cioè appunto sul piano della pura speculazione concettuale. E così è anche per Diego Bridi, che una volta codificati i parametri della “sua” riconoscibilità, si è potuto concentrare sul lavoro “concettuale”. I suoi paesaggi, infatti, non sono delle foto-cartolina, e nemmeno una rielaborazione artistica di una visione ottica, ma sono piuttosto la “rielaborazione concettuale” di una “idea di paesaggio”: ed un’idea è un fatto puramente speculativo, non fisico. Per questo motivo, e per l’impegno con il quale vedo Bridi affrontare i difficili problemi del fare arte nell’epoca del “disordine estetico”, credo che gli esiti del suo lavoro dovranno prima o poi trovare un’adeguata collocazione critica. Non tanto per le scorciatoie del mercato, ma per onestà intellettuale.


(Presentazione per la monografia 2006)


Nicoletta Tamanini

Originale e davvero personale è la corposa produzione pittorica di Diego Bridi. Fin dai primi anni ’80 l’artista trentino si è puntualmente segnalato, di mostra in mostra, all’attenzione del pubblico e della critica stimolando sempre curiosità, apprezzamenti, ma soprattutto suggerendo, con eleganza e fantasia, delicate, poetiche emozioni visive. Rivelando notevole abilità tecnica e un uso attento e sapiente del colore, Bridi raggiunge nei suoi oli un perfetto equilibrio tra assetto compositivo e armonia cromatica, pur in un costante percorso di ricerca e sperimentazione. Valente paesaggista, il pittore trentino si ispira costantemente alla realtà e, spesso, con tecniche pittoriche anche molto diverse tra loro, ripropone luoghi e scorci urbani a lui cari o ricordi e impressioni di viaggi compiuti. Nascono così piccole serie di disegni a penna dedicati a suggestive vedute o a particolari artistici della città di Trento o di storici borghi dell’Italia medioevale; nei numerosi acquerelli poi, con toni delicati e atmosfere rarefatte, appaiono ben riconoscibili i paesaggi del Trentino, le dolci colline toscane o antiche città turrite. E’ comunque nei dipinti ad olio che Diego Bridi, uomo apparentemente misurato e metodico, rivela il suo personale tratto, immediatamente riconoscibile e indimenticabile. Con la freschezza creativa e la inesauribile fantasia di un animo sempre fanciullo, l’artista sorprende frantumando la realtà in mille frammenti variopinti. Stupisce poi riassemblando nel dipinto questi piccoli tasselli colorati in un ordine nuovo, solo apparentemente casuale e disordinato, estremamente curioso e affascinante, ricco di sfumature timbriche. Sorgono così, come d’incanto, nuovi originali paesaggi o fantastiche città incredibilmente sospese in atmosfere fiabesche, talvolta surreali, accarezzate da folate di emozioni davvero sorprendenti. Incuriosisce inoltre la predilezione di Bridi per particolari soluzioni prospettiche e d’insieme spesso molto simili a visioni dall’alto, aeree, quasi a voler cogliere l’ordito segreto, il cuore pulsante, delle architetture urbane. Rara è nella pittura dell’artista trentino la presenza della figura umana; in numerose opere dell’ultimo periodo essa appare trasformata e sublimata in un manichino/burattino di legno inserito tra architetture essenziali, stilizzate. La scelta cromatica è in questi dipinti particolarmente audace: i caldi colori del legno riproposti, tono su tono, in tutte le sfumature possibili, accompagnati da un affascinante gioco di luci e ombre che danzano sulle forme. Domina comunqe sempre nell’opera di Bridi un inesauribile e incontenibile desiderio di stupire, incuriosire, ironizzare. Spesso l’artista inserisce nelle sue opere anche elementi estranei al contesto (ad es. origami), che invitano al sorriso o alla fantasticheria infantile. Talvolta rivela una precisa determinazione nell’elaborare nuove proposte tematiche, ben evidenti anche dai titoli dei quadri (es. “Diamo un taglio a questo mondo fasullo” o “L’ultimo campo da gioco”) invitando così alla riflessione sulla difficile condizione dell’uomo moderno, ma sempre con il garbo e l’eleganza a lui consueti.